Un racconto di Giuseppe Bassitto

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Questa  è la storia di Mustaclo, un uomo che amava i fiumi e passava il suo tempo a costruire barche fluviali per intraprendere viaggi anche abbastanza  lunghi, lungo corsi  d’acqua non di modeste dimensioni. Egli era un tipo brutto e grasso, aveva delle guance rosse e barbute, una testa quadrata sulla quale spuntavano capellacci grigi. Era scorbutico, burbero e permaloso, non tollerava che si parlasse di lui in malomodo. Era anche molto avido e quando un giorno, scrutando una mappa dove erano segnati tutti i dettagli riguardo i più grandi fiumi, venne a sapere che lungo il Mississippi si celava un tesoro pari a 100.000 dollari in oro, organizzò subito una spedizione, invitando il suo amico Theo con il quale aveva già intrapreso altri viaggi. Qualche settimana dopo la scoperta, la barca fu pronta e la spedizione ebbe inizio con lo scopo di trovare quel tesoro per spartirselo, anche se Mustaclo  preferiva tenerselo tutto. Nel regolare la bussola, i due uomini avevano previsto di non imbattersi in furfanti dei quali il Mississippi era “ ben rifornito”; essi saccheggiavano barche o se queste ultime avevano un ricco obbiettivo le pedinavano e sgraffignavano la ricchezza sotto il naso. Giorno dopo giorno, mentre il viaggio filava liscio come l’olio, Mustaclo e Theo cominciavano a pregustarsi l’esito della spedizione e a litigare perché uno voleva più denaro dell’altro se non  tutto per sé. Si passò dalle parole ai fatti e durante una violenta zuffa, Mustaclo col suo pesante braccio pestò la bussola e senza accorsergene ne falsò l’andamento in modo che il viaggio riprese per la direzione sbagliata. Una notte mentre Theo dormiva saporitamente  fu svegliato da grida e imprecazioni, prese in mano il binocolo e scorse la terraferma con estremo stupore, ma si stupì ancora di più quando vide che lì erano sbarcati degli omaccioni che stavano rapinando persone e riconobbe la banda degli Squinternati, la più temibile. Spaventato avvertì il compagno di bordo che come è naturale si seccò tantissimo di doversi alzare e brontolò grattandosi la pancia e borbottando parolacce. Si recò a prua e vide anche lui gli Squinternati e mormorò col suo faccione largo digrignando i denti : “ non ci avranno “ e Theo gli rispose: “Lo strano è che siamo nelle vicinanze della terraferma, come è possibile?”. Mustaclo incolpò l’amico accusandolo di aver sbagliato regolando la bussola ma ora non c’era tempo per litigare, bisognava fuggire, quei ladri erano capaci di ogni furfantata. Intanto si era fatto giorno e i due disgraziati furono scoperti. Il capo della banda vedendoli fuggire intuì che avevano timore di loro e decise di seguirli. Ad un certo punto Mustaclo gridò a squarciagola il suo obbiettivo come per incoraggiare Theo, i predoni sentirono e il loro capo ebbe un’idea: si sarebbero fatti condurre verso il luogo tanto prezioso e li avrebbero catturati di sorpresa. Intanto Mustaclo e Theo avevano ritrovato la direzione giusta. Qualche giorno dopo, quando il punto indicato dalla mappa era vicino, gli Squinternati  attaccarono e quando i due se ne accorsero si spaventarono, per non dimostrarlo minacciarono di chiamare la polizia, ma quei gaglioffi attaccarono a ridere. In breve incominciò una dura battaglia tra le due barche che si scontrarono; i barcaioli misero mano alle armi e ci furono diversi feriti tra i quali Theo. Mustaclo, esaltato dalla battaglia, puntò involontariamente la sua spada contro la carcassa della barca. Così bastò un forte colpo da parte della barca nemica per spazzare il relitto in mille pezzi e per far volare gli uomini a bordo che per loro fortuna approdarono sulla terraferma. Piangendo la distruzione della barca, Mustaclo  notò un’apertura sul suolo e guardando la mappa comprese che quello era il condotto nel quale giaceva il tesoro puntato. Mustaclo saltò di gioia e senza pensarci tolse la grata e fece il gesto di entrarvi, ma ben presto comprese a malincuore che la sua enorme pancia non era in grado di attraversare quel foro e Theo aveva paura di entrarvi. Egli rimproverò il compare di essere troppo grasso e di mangiare troppo. Non l’avesse mai fatto! Mustaclo si scagliò verso di lui, lo afferrò per il collo e lo fece sprofondare in un pozzo che era nei paraggi. Il poveretto diede un grido, e subito dopo ne diede un altro, ma di gioia quando fu atterrato sul fondo. Mustaclo accorse calandosi anche lui all’interno del pozzo e ben presto i due si resero conto che il pozzo era collegato alla conduttura  del tesoro. Questa scoperta li riempì di giubilo, ma andarono in delirio quando si trovarono dinanzi ad una cassaforte traboccante di gioielli. Nel tentativo di afferrarla però, si videro trascinati via da manone, erano gli Squinternati , che li avevano seguiti. Quei malviventi si appropriarono del tesoro, lo portarono sulla loro barca e legarono all’albero maestro i due sventurati. Mustaclo era distrutto, quando ad un tratto a Theo venne una brillante idea: finse di discorrere col compare di un altro tesoro. Come aveva immaginato il capo dei furfanti sentì e cominciò a torturare i prigionieri affinchè  gli rivelassero il luogo dove il secondo bottino era nascosto. Theo  indicò un punto della mappa e i gaglioffi se ne rallegrarono. Il piano funzionò, infatti quando fu raggiunto quel posto, gli Squinternati si accorsero di trovarsi al cospetto di un accampamento dove lavoravano dei poliziotti che vigilavano i fuorilegge del fiume. Gli Squinternati furono arrestati e la loro nave sequestrata. Mustaclo e Theo, contenti per lo scampato pericolo erano decisi a portarsi a casa il ricco premio dell’avventura, ma furono  assai delusi quando scoprirono che quella cassaforte apparteneva al governo e si trovarono costretti a restituirla. Nonostante ciò, ricevettero una bella somma per aver fatto catturare i ladri e la utilizzarono per comprare una nuova barca. Mustaclo era comunque soddisfatto della bella avventura trascorsa.


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