I giorni della memoria: i ricordi di un internato in Germania

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Dopo la storia di Demo Filiberti, la nostra curiosità sui reduci di guerra è cresciuta. Siamo stati molto fortunati, il papà della nostra professoressa è uno di loro. Abbiamo preparato una serie di domande a cui lui ha gentilmente risposto.

DOMANDE

·       In che anno e’ stato preso prigioniero? Per quanto tempo?

·       Come e’ avvenuta la cattura ?

·       Dov’e’accaduto il fatto?

·       Dove si trovava il campo ?

·       Insieme a lei c’erano solo militari o c’ erano altri prigionieri?

·       Come si sentiva quando e’ stato preso ?

·       Che tipo di lavori c’erano ? E quante ore al giorno lavorava?

·       Che lavoro le era stato assegnato?

·       Come veniva trattato? E i suoi compagni?

·       Cosa gli davano da mangiare?

·       Dopo tanta fatica, grazie a quale accadimento è stato liberato?

·       Con quali mezzi?

·       Quando è tornato a casa, come si è sentito e chi ha trovato al suo arrivo?

·       Come è stato riprendere la vita normale?

Facevo parte del Primo Reggimento artiglieri di Foligno. Sono stato preso prigioniero a settembre  del 1943, in Slovenia, a Verconico vicino Lubiana. La prigionia è durata due anni. Stavamo in caserma, di servizio al Comando di Divisione. Di notte sono arrivati i tedeschi, ci hanno disarmato. Ci hanno caricati su dei carri bestiame chiusi dall’esterno e portati in Germania dove siamo arrivato dopo tre giorni di viaggio. Siamo scesi solo una volta per mangiare un po’ di zuppa.

  Il campo si trovava a Stargard, in Polonia, vicino Stettino, ma tutti parlavano tedesco. Il campo era molto grande con noi c’erano russi, francesi, americani. Dormivamo nelle baracche, circa un centinaio a baracca con letti a castello  a tre piani. Il vestiario era quello che avevamo il giorno della cattura, i materassi erano costituiti da ricci da falegnami. Mangiavamo alla mattina un po’ di the e a pranzo, la zuppa fatta coi rifiuti dello zuccherificio, cioè resti di barbabietole da zucchero. Veniva distribuito un chilo di pane e cinquanta grammi di margarina ogni cinquanta persone. Alcuni di noi  lavoravano in campagna altri nelle fabbriche. Io stavo in un laboratorio da calzolaio fuori dal campo, nella cittadina, che era bella e graziosa. Si lavorava dalle otto di mattina sino alle diciassette/diciotto con l’interruzione del pranzo.

Eravamo trattati come schiavi, maltrattati soprattutto quando cercavamo di procurarci il cibo. Una volta, io ed un mio amico, ci eravamo introdotti nella cucina: c’erano dei vasconi con le patate pelate; con la gavetta abbiamo cercato di rubare qualche pezzo di patata. Un capo, che era un caporale tedesco, nascosto dal vapore, ci ha beccato e mi ha colpito con pugno e con una spranga, L’altro, che era riuscito a fuggire, è stato picchiato dopo al campo: il caporale gliel’ha fatta pagare a caro prezzo. Un’altra volta avevamo recuperato le bucce dalla scarico delle cucine, sperando di trovare qualche resto di patata, anche marcia. Avevamo arrostito le bucce su una stufetta che si trovava in bagno, che in realtà era una fossa puzzolente. Arrivò un polacco, che era passato coi tedeschi, e ci tolse le bucce e le calpestò coi piedi.

A fine aprile del 45 ci hanno liberati i russi e ci hanno trattenuto sino a settembre e poi ci hanno rimpatriato. I russi ci hanno trattato un po’ meglio, mangiavamo un po’ di zuppa di farro.

Il viaggio di ritorno dal campo è durato venti giorni con una sosta di due giorni a Pescantina, vicino Verona dove venivano fatti gli smistamenti per Regione.

 

Sono arrivato a Terni il primo ottobre del 1945 alle 9 di sera, il giorno dopo sono arrivato a casa, a Porchiano del Monte con l'autobus. La mia famiglia non aveva notizie da 18 mesi e anche mio fratello era prigioniero a Lubiana, ma era tornato. Un amico mi invitò a stare qualche giorno con lui a Terni per poter avvertire i miei che mi avevano dato per morto. In realtà qualche tempo prima io avevo inviato, tramite un amico che era stato liberato prima di me, un biglietto per avvertirli del mio ritorno. Non è stato facile, ma pian piano mi sono riabituato alla vita normale.

 

A Narni si è costituita una sezione della Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, il presidente Ezio Cotini, alcuni anni fa ha richiesto al Ministero della Difesa il riconoscimento, per alcuni di noi, di Volontari della Libertà. Questo è il fatto che mi ha permesso di avere questo riconoscimento: durante la prigionia, un giorno, hanno riunito noi italiani in un prato, circondandoci con uomini armati di mitragliatrici per paura di una eventuale rivolta, e un capo fascista chiese, a chi avesse voluto in cambio della libertà entrare a far parte dell'esercito della “repubblichetta”, di fare un passo avanti. Nessuno accettò. Più tardi, nel campo, ci chiamarono uno per volta in una baracca e rinnovarono la richiesta, ma tutti rifiutammo, allora se ne andarono.


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